Indossa da giorni la maglietta del figlio, la mamma di Daniel: «Ho bisogno di sentire il suo profumo»

I genitori del ragazzo morto a 22 anni straziati dal dolore e aggrappati ai ricordi: «Lui si prendeva cura della famiglia, ha lasciato la scuola perché uno stipendio solo in casa non bastava»

Giulia Soligon
Lo striscione per Daniel alla Stm (foto brisotto/petrussi)
Lo striscione per Daniel alla Stm (foto brisotto/petrussi)

Mamma Donika indossa la sua maglia, quella che Daniel portava l’ultimo giorno. «È una maglietta nera, semplicissima, devo sentire il suo odore, il suo profumo». Papà Elvin, invece, tiene sempre in tasca le chiavi della sua auto. È stato lui quel giorno a riportarla a casa dal parcheggio della Stm dove il ragazzo l’aveva lasciata prima di iniziare quel turno di notte da cui non è mai uscito. «È l’ultima cosa che ha toccato».

L’ultimo incontro

«Non abbiamo neanche festeggiato il suo compleanno» è il rimorso della madre, l’ultimo ricordo del figlio è legato a quei tre baci prima di andare al lavoro. «Quando partiva mi dava sempre un bacino, quel giorno è tornato indietro tre volte e mi diceva “Ancora un bacio”». Ad aggrapparsi a quell’ultima volta è anche il papà. «Ci siamo visti lunedì prima di mezzogiorno, gli ho fatto gli auguri e lui mi ha abbracciato forte, molto più forte del solito, come se fosse l’ultima volta che ci saremmo visti» ha raccontato Elvin. Un ultimo bacio, un ultimo abbraccio, ancora palpabili nell’aria della casa in via Sciavalle a Vajont, dove domenica prossima si sarebbero dovuti riunire i parenti e gli amici per il festeggiare i 22 anni di Daniel. «In ogni angolo di casa in cui mi giro c’è lui. A volte mi manca il respiro, perché mi sembra di vederlo proprio qui».

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Il lavoro per la famiglia

Dietro la scelta di Daniel di avvicinarsi al mondo del lavoro fin dopo gli studi non c’è solo la ricerca di una propria dimensione, ma anche la volontà di aiutare la famiglia. «Mi aveva detto “lavoriamo tutti e due perché la mamma ha anche tante spese tra medicine e visite. Siamo in due”» spiega il papà tornando con la memoria a quattro anni fa quando Daniel ha intrapreso la strada dell’impiego alla Stm. Stabilimento in cui anche il genitore della vittima lavora da circa 7 anni. «Si è preso cura della famiglia – interviene la mamma – ha lasciato anche la scuola, perché non ce la facevamo con uno stipendio solo ed è andato a lavorare per aiutarci. Non se ne può andare così a 22 anni».

Un dolore senza fine quello dei genitori Donika ed Elvin, raccolto e condiviso dalle comunità di Maniago e Vajont, che in questi giorni continuano a portare i loro messaggi di cordoglio e di vicinanza. «Tutta Vajont è venuta a casa nostra. Sono passate anche persone che noi non conoscevamo, ma Daniel sì» spiega la madre, ricordando l’animo amorevole del figlio, che il sabato e la domenica usciva a giocare a basket con gli amici. Il pensiero ora corre al fratello e alla sorella più piccoli, che avranno bisogno del loro supporto e del loro amore adesso più di prima. «Per noi la vita non sarà più quella di prima, ma per loro spero di sì».

L’appello

Anche Elvin si è unito al presidio fuori dall’azienda di via Monfalcone, dove anche lui è assunto, ma in un altro capannone che si occupa di lavorazioni manuali. «Ero a conoscenza del presidio già dalla sera prima, ma ho aspettato la mattina per dire se ci sarei stato. Non è facile tornare sul luogo dove mio figlio parcheggiava la macchina ed entrava al lavoro. Però mi sono fatto coraggio e sono andato, anche per vedere i colleghi, che ringrazio tanto per il calore e l’affetto». Circondato dal supporto dei colleghi e dai lavoratori di aziende vicine che hanno deciso di aderire per solidarietà, Elvin ha preso la parola e lanciato un appello ai colleghi di turno che erano vicino a Daniel al momento dell’incidente a palesarsi per conoscerli e chiedere aiuto nella ricostruzione degli attimi della tragedia.

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I lavoratori davanti la Stm di Maniago. Foto Petrussi

«Sono loro che meglio di tutti sanno cosa è successo e possono aiutarci a fare chiarezza. Vorremmo solo sapere cosa hanno visto». Quella notte, spiega la madre, «all’1.55 abbiamo ricevuto la chiamata. Siamo andati là subito. Ci hanno lasciato entrare quando i medici avevano finito. Ho visto solo il suo viso». La speranza della famiglia è che le indagini possano chiarire la dinamica. «Io spero che si faccia giustizia per mio figlio», dice Donika. «Non può morire un altro giovane in questo modo. Si deve fare chiarezza affinché queste cose non succedano più. Non voglio che quello che sto provando io lo possa provare qualcun altro, perché è troppo doloroso. Queste cose non vanno affrontate solo quando c’è un morto», conclude Elvin

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